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Dalla Nigeria all'Italia, ecco cosa c'è dietro al traffico di donne e bambini

L'Italia è «legata» alla Nigeria sul fronte della prostituzione e delle adozioni illegali. Con i soldi delle attività illegali si finanzia il boom edilizio di Benin City.

Dalla Nigeria all'Italia, ecco cosa c'è dietro al traffico di donne e bambini
Donne nigeriane tenute prigioniere in una "baby factory"
Violentate e messe incinta, costrette a partorire bambini destinati alle adozioni illegali

Nigeria, Abia State. Siamo nella regione del Delta del Niger, gli stessi luoghi dove venne combattuta la sanguinosa guerra del Biafra e oggi terra dove spadroneggiano le multinazionali del petrolio. Lungo le strade che attraversano quello che oggi è lo stato nigeriano a maggior rischio rapimenti (di stranieri) sfrecciano le macchine del NAPTIP, l’agenzia anti-traffico (di esseri umani) nigeriana, in una folle corsa che termina davanti al portone di una vecchia abitazione. Qui, tra le mura grigie, scrostate, di un edificio decadente e invaso dagli insetti, venivano tenute prigioniere oltre trenta donne costrette a partorire bambini destinati a sparire, «nella migliore delle ipotesi per il circuito delle adozioni illegali» spiega Ijeoma Okoronkwo, referente NAPTIP della zona.

Il caso. La baby factory, così viene chiamato l’edificio, è solo uno dei quaranta casi oggi aperti tra Benin City (città dalla quale partono migliaia di ragazze nigeriane verso l'Italia) e Aba (importante centro economico dell'Abia State) per traffico di minori, un crimine inquietante che apre nuovi scenari in un territorio già martoriato dalla continua emorragia di migliaia di donne trafficate ogni anno verso l’Europa.

«Possiamo affermare con certezza che molti di questi bambini vengono trafficati all'estero, ma stiamo investigando anche l’ipotesi che non si tratti solo di adozioni, quanto di bambini destinati agli omicidi rituali. Donne che si vergognano per queste nascite fuori dal matrimonio, famiglie e trafficanti che si arricchiscono tramite passaggi di bambini, il tutto all'interno di una società sfaldata, dove il traffico di esseri umani è diventato il terzo crimine per diffusione e profitti».

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Sono almeno 6.000 all'anno le ragazze nigeriane "trafficate"
per un giro d'affari di 228 milioni di dollari

Il principale, quello di donne. L’UNODC, agenzia ONU per la lotta al crimine organizzato, ha rilasciato numeri scioccanti. Oltre 6.000 donne nigeriane vengono portate ogni anno in Europa a scopo di sfruttamento sessuale, per un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari

«L’organizzazione di questo traffico è, a suo modo, perfetta» spiega Igri Edet Mbang, ufficiale dell’unità di intelligence nigeriana. «Hanno quelli che chiamano agenti, i trolleys e le mamam. Gli agenti hanno il compito di reclutare le vittime. Le conoscono. Conoscono le loro famiglie, la loro storia e il linguaggio giusto per ingannarle»

Il traffico. Ad essere ingannate sono tante, ragazze di città, ragazze che abitano nei villaggi circostanti. Gloria Erobaga ha ventiquattro anni e, dopo due anni sulle strade italiane come prostituta, è stata rimpatriata. In questo giorno piovoso, che inzuppa le strade battute dei dintorni di Benin City, Gloria racconta di essere una sopravvissuta, che all'epoca si è fatta convincere «perché mi promettevano un lavoro onesto. Ma la vita sulla strada faceva molta paura. Loro giravano continuamente per controllarci, per raccogliere i soldi e per uccidere le ragazze che non pagavano. So di donne nigeriane che in Italia sono state uccise, tagliate e gettate in sacchi neri, così, come spazzatura» spiega con un filo di voce.

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Benin City, baraccopoli
È anche da luoghi così che le ragazze nigeriane vengono "reclutate"

Lo snodo principale dello sfruttamento, quello che costringe psicologicamente le donne a rimanere schiave, è il rapporto con la mamam, la donna che ha il compito di costringerle a lavorare in strada o in appartamento, che chiede i soldi quotidianamente e, allo stesso tempo, provvede alla casa e a risolvere eventuali controversie. Le mamam sono ovunque a Benin City e contattarle non è difficile.

Filmata con telecamera nascosta, una mamam spiega che nulla è possibile senza di lei. «Ho il contatto giusto in Italia. Questo è il business vero, dove si guadagna, il resto è tutto una copertura. Però voglio solo ragazzine inesperte e, soprattutto, è necessario esaminare la spiritualità della ragazza, prima di procedere».

Parole che introducono l’elemento che crea e sancisce la schiavitù fisica e psicologica, il woodoo, chiamato juju, rito tradizionale utilizzato per creare un legame tra la vittima e i trafficanti. Le donne, sottoposte a un giuramento durante il quale donano peli pubici, sangue e indumenti intimi, vengono portate da santoni della religione tradizionale o dai nuovi pastori delle chiese pentecostali che hanno invaso le strade di Benin City, disposti a celebrare il rito previo pagamento e quindi a rendersi complici di un circuito criminale di cui ormai lo juju è considerato in Nigeria ed Europa parte integrante. E come se non bastasse, «lo juju possiamo anche recapitarlo via posta, tramite DHL. Lo spediamo dalla Nigeria all'Italia,» afferma la madam filmata in segreto.

Legame Speciale. Un legame «speciale» con l’Italia sancito anche da un recentissimo report della Banca Mondiale sul ruolo di Western Union e delle rimesse dei nigeriani presenti nel bel paese. «Western Union possiede la fetta di mercato maggiore in Nigeria (70-80%) e un contratto in esclusiva con First Bank of Nigeria per il trasferimento di soldi, ma soprattutto è il maggiore veicolo di trasferimento delle rimesse, che provengono principalmente dall'Italia e indirizzate a Benin City, dove i soldi vengono investiti nel crescente business edilizio».

Sono soldi, molti soldi quelli che entrano in Nigeria ed escono tramite la tratta. «Ma noi nutriamo qualche speranza,» afferma ancora Okoronkwo. «Oggi abbiamo delle donne, che hanno venduto i propri bambini o le proprie figlie, che sono venute a denunciare, che parlano. Abbiamo anche messo mano alla legge sulle adozioni e cominciato a mappare le zone a rischio. C’è speranza, almeno per noi».
(Fonte dell'Articolo: reportage Al Jazeera)



Articolo a cura di
Maris Davis
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