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Dal Sud al Nord, l'ascesa della mafia nigeriana

Scritto da Foundation for Africa.

L'allarme della Dia. "In Italia si va affermando Black Axe, sodalizio pericoloso e violento che dalla Nigeria si è diffuso in tutto il mondo"

Dal Sud al Nord, l'ascesa della mafia nigeriana

La mafia nigeriana sta crescendo sempre di più in Italia. E adesso i cartelli della mala africana iniziano a stabilirsi anche nelle grandi e medie città del Nord Italia. Mentre restano forti le propaggini siciliane, dove agiscono “sotto la protezione” dei clan mafiosi locali, e in Campania, nell’area del casertano, dove i clan dei nigeriani hanno stretto accordi e collaborazioni con la camorra.

L’allarme arriva dalla nuova relazione della Direzione investigativa antimafia che si riferisce all'attività degli investigatori nel periodo degli ultimi sei mesi dello scorso anno. L’analisi degli inquirenti restituisce il quadro di una consorteria criminale in ascesa, capace di mantenere fortissimi legami con i livelli più alti dell’organizzazione che, a loro volta, agirebbero direttamente dalla Nigeria. E che avrebbero importanti ramificazioni in ogni parte del pianeta.

Un allarme confermato anche dal numero di nigeriane sbarcate, più di 5.000 nel 2015, oltre 11.000 nel 2016, quasi 7.000 fin'ora quest'anno

Nel paragrafo dedicato alla mafia nigeriana, la Dia afferma: "In Italia si è progressivamente affermata l’associazione criminale nigeriana Black Axe, ossia un sodalizio particolarmente pericoloso e violento, costituito in Nigeria nel 1977 e poi gradualmente diffusosi in tutto il mondo"

Gli investigatori ricordano la pervasività della malavita nigeriana sul territorio nazionale: “il gruppo criminale si sarebbe insediato innanzitutto a Torino, Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo. L’ammissione all'organizzazione è subordinata ad un rito di affiliazione, cui consegue l’assunzione di ruoli ben definiti

E quindi: “Il potere di azione degli appartenenti non si limiterebbe, peraltro, al territorio italiano, potendo gli stessi operare anche in Nigeria, grazie ai forti contatti con l’organizzazione madre”. La mala nigeriana, infatti, è divisa in “culti e quello operante in Italia sarebbe riferibile al cartello dei Black Axe, nato giusto quarant'anni fa, nel 1977.

Le attività più redditizie per i criminali nigeriani in Italia sono quelle relative allo sfruttamento della prostituzione e al narco-trafficato. Molti i corrieri di droga che sono stati intercettati negli aeroporti italiani e che provenivano proprio dagli scali africani. La posizione dei clan riconducibili alla mafia nigeriana è, solitamente, "servente" nei confronti dei clan nostrani con cui stringono alleanze sempre più strette e complesse.

Le nigeriane e i centri di accoglienza usati per legalizzare la schiavitù

Dal Sud al Nord, l'ascesa della mafia nigeriana

La chiamano accoglienza, ma per centinaia di giovani ragazze nigeriane è la porta della schiavitù. Una schiavitù garantita dalle leggi sull'asilo e dai centri di accoglienza del belpaese dove gli sfruttatori possono tranquillamente ritirare la "merce umana" spedita dalla Nigeria e transitata dalla Libia.

Il tutto a colpi di riti woodoo, minacce d'intimidazioni e l'obbligo di prostituirsi fino alla raccolta dei 30-40mila euro che ogni ragazza deve rifondere ai criminali responsabili del suo arrivo. A rivelarlo è un indagine dei carabinieri del Ros e del nucleo investigativo del comando provinciale di Lecce che in questi mesi hanno seguito diverse indagini in relazione alla tratta di persone, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione e associazione finalizzata alla riduzione in schiavitù per fini sessuali.

La testimonianza di una ragazza nigeriana «Eravamo in tre, e tutte noi siamo state sottoposte al rito che si è svolto con la stesura di una stoffa bianca sulle gambe su cui è stato scritto, con vernice rossa, il nostro nome e quello di nostra madre e con l'accettazione del fatto che se non avessimo onorato il debito noi e nostra madre saremmo morte»

L'incubo, come raccontato dalla minorenne Jonathan Adesuwa, incomincia con quel rito woodoo praticato prima della partenza dalla Nigeria. I colloqui intercettati tra gli aguzzini in Italia, i trafficanti in Libia e le giovani vittime delle tratta, mettono a nudo ogni tappa dell'odissea che porta le piccole schiave dalla Nigeria a Tripoli e poi sulle coste italiane.

E purtroppo la parte più impressionante non è quella del prevedibile inferno libico, quanto quella dei centri di accoglienza italiani dove le ragazze, vengono "obbligate" a presentare la richiesta di asilo, e poi vengono prelevate dai loro aguzzini e spedite sulla strada.

«Quando sarai in Italia verrò a prenderti per portarti in casa mia»

Così parla una mamam durante una telefonata intercettata in cui spiega alle giovani ancora in Libia e in attesa di salire sui barconi cosa «non dire» alle autorità italiane una volta sbarcate. «Non dire a nessuno che hai qualcuno qui che ti aspetta. Dite che hanno ucciso vostro padre e la vostra famiglia in Nigeria»

La domanda per ottenere un permesso di soggiorno per le proprie vittime è il primo, vero obbiettivo di ogni schiavista che si rispetti. Anche perché grazie a quel pezzo di carta le ragazze possono lavorare e guadagnare. Strapparle ai centri di accoglienza non è invece un problema.

Gli sfruttatori lo sanno bene, conoscono benissimo la legge italiana. Presentando la domanda di protezione internazionale le "vittime" hanno poi davanti alcuni mesi, da sei mesi a più di un anno. È il tempo che serve per ricevere una risposta dalle varie prefetture, un periodo durante il quale le ragazze non possono essere rimpatriate, anche se vengono fermate mentre si prostituiscono, la prostituzione in se NON è reato, e questo gli sfruttatori lo sanno.

«Quando arriverai in Italia ti daranno un telefono con del credito per chiamare la tua famiglia in Nigeria. Tu chiamerai papà e lui chiamerà me. Dopo di che loro ti porteranno in una città, in quel momento dovrai chiamarmi e dirmi dove sei»

Tra le sventurate protagoniste ci sono moltissime minorennicome la 15enne Ihohama. «È una ragazza piccola, non ha mai avuto un uomo in vita sua ed è ancora vergine» spiega una mamam intercettata. «Dì a loro che sei del 1992 e se loro ti chiedono come sei arrivata in Libia devi dire che non lo sai e che hanno ucciso tutta la tua famiglia»

Ihohama è poi sbarcata a Pozzallo a fine giugno 2017 viene prelevata dal centro di accoglienza di Prato grazie a un complice interno e portata a Bologna dove viene subito messa sul marciapiede.

«Non riesco più ad alzarmi, le mani e il corpo non si muovono più», si lamenta la schiava bambina in una disperata telefonata in cui implora l'aguzzino di non farla più lavorare. Ma serve a poco. Per lei come per tutte le vittime della tratta delle nigeriane pietà non esiste.

E per capirlo ecco l'intercettazione in cui un membro di una banda di nigeriani promette di punire la fuga di un'altra vittima. «Dovunque possa trovarsi non avrà mai pace e morirà, so cosa farle. Molto presto il suo corpo prenderà fuoco»

Per "salvarle" una soluzione ci sarebbe
Sapendo tutto questo, accertato che questo è il modo di agire della mafia nigeriana e che l'80% delle nigeriane sbarcate in Italia finirà poi nel circuito della prostituzione "coatta", è necessario che anche il sistema di accoglienza italiano cambi il metodo.
La nostra proposta è molto semplice. TUTTE, e ripetiamo tutte le nigeriane che sbarcano, una volta identificate devono essere isolate, divise dai migranti di altre nazionalità, e avviate nei circuiti protetti fin da subito. Dovrà essere impedito loro qualsiasi contatto con l'esterno, telefonate, e incontri con falsi parenti e tutori di comodo.
In un secondo tempo, dopo che mediatori preparati, hanno fatto opportuni colloqui con ognuna di loro e, a seconda della loro disponibilità collaborativa, valutare o meno il rimpatrio immediato, oppure la continuazione nel percorso di protezione (permesso di soggiorno art. 18) per chi collabora o che davvero fugge dalle atrocità di Boko Haram.

Il rimpatrio immediato è possibile visto che tra Nigeria e Italia esiste un accordo bilaterale appena rinnovato (febbraio 2016)

Impedire quindi che queste ragazze appena sbarcate abbiano qualsiasi contatto con i loro aguzzini e mamam varie che li attendono in Italia. Il senso è quello di sottrarre alla fonte la "merce umana" dalle mani degli sfruttatori.
Non è più possibile accettare che queste ragazzine, dopo essere passate nelle mani del sistema di accoglienza italiano, vengano impunemente prelevate dai loro sfruttatori direttamente nei centri. Non è più possibile accettare che la lentezza della burocrazia italiana permetta alla mafia nigeriana di sfruttare queste piccole schiave. Piuttosto, molto meglio, il loro rimpatrio immediato.


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"Le Ragazze di Benin City"
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Articolo a cura di
Maris Davis
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