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Favour ha trovato pace e ora da lassù ci regala il suo sorriso


La Storia di Nike Favour Adekunle, originaria di Benin City, bruciata viva a 21 anni nel palermitano e abbandonata in una discarica. Episodio accaduto poco prima di Natale del 2011. Il suo assassino è stato arrestato 5 mesi dopo, un "cliente", un operaio 58enne di Palermo, incastrato dalla prova del DNA.

Favour era scomparsa il 15 dicembre 2011, le sue amiche nigeriane, non avendola vista rientrare diedero l'allarme e il suo corpo semi-carbonizzato ritrovato alcuni giorni dopo nei pressi di una discarica. All'inizio si era pensato ad un delitto per uno "sgarro" avvenuto nell'ambiente della mafia nigeriana ma poi le indagini hanno preso la strada del "cliente violento".

Anche Favour però era vittima della tratta di ragazze dalla Nigeria, traffico gestito dalla mafia nigeriana, una catena di sfruttamento segreta e feroce, fondata sui riti woodoo, che pretende un riscatto tra i sessanta e i centomila euro per smettere il mestiere. Favour sognava il matrimonio con il suo fidanzato italiano, infatti aveva già in mano il biglietto del treno per andare a Roma a chiedere alla sua ambasciata il nulla osta e i documenti necessari.

Favour vittima due volte, prima dei suoi sfruttatori e poi dei "clienti" violenti che spesso queste ragazze sono costrette a frequentare. Debiti da estinguere, riti woodoo e vessazioni. C'è tutto questo dietro la prostituzione delle nigeriane, che a Palermo regge la metà del giro, almeno quello visibile, quello che si consuma in strada.

Solo a Palermo un esercito di 500 ragazze nigeriane appena maggiorenni. Spesso anche al di sotto dei diciotto anni. Arrivano tutte dalla stessa città, Benin City, che negli ultimi anni è diventata una sorta di capitale del sesso da esportazione della Nigeria del sud. Volti anonimi relegati in poche righe di cronaca solo quando accade il peggio. Come nel caso di Nike Favour Adekunle, ritrovata carbonizzata a vent'anni nelle campagne di Misilmeri, nel palermitano, il 21 dicembre del 2011. Anche lei era arrivata a Palermo da poco, con il sogno di un lavoro e di una famiglia, ma poi era finita nel parco della Favorita a prostituirsi.

Il corpo di Favour è rimasto per più di due anni presso l'istituto di medicina legale di Palermo a causa di ostacoli burocratici che ne impedivano la tumulazione e che, solo grazie all'interessamento del coordinamento anti-tratta "Favour e Loveth", sono stati finalmente superati. La ragazza anche se viveva a Palermo, non avendo la residenza nella città, è seppellita nel luogo dove è stato ritrovato il suo corpo.

Favour a Palermo non aveva nessuno e lei come figlia di "nessuno" è morta dimenticata nell'indifferenza generale. La memoria di queste ragazze deve essere tenuta viva perché vivo deve essere tenuto il dramma di queste giovani che entrano in un circuito malavitoso internazionale con forti legami con la criminalità locale. Solo in questo modo va restituito quel senso dell’umano che la società sta perdendo a poco a poco.

Il comune di Palermo, nel 2014, ha apposto in due punti diversi della città, due targhe con i nomi di Favour e Loveth, per la prima volta in Italia con la dicitura di "vittime della tratta". La targa di Loveth è stata, recentemente, divelta con un atto di vandalico ma, si spera presto, il comune la rimetterà nello stesso posto.

L'uomo che fu accusato della morte di Favour sembra avesse legami con altre ragazze e "spuntato" un pagamento molto strano, che se fosse confermato, dimostrerebbe che quell'assassino fu "pagato" per uccidere la ragazza.

Un progetto, insieme a quello di lasciare per sempre la strada, probabilmente non gradito a chi aveva comprato la sua vita per sfruttarla e ricavarci un cospicuo guadagno. Perché le ragazze nigeriane sono costrette a pagare tutto e fin dall'inizio. Sulla loro testa pesa un debito enorme. Che va da 60 a 100 mila euro. Quello di Favour ammontava a 65 mila euro.

In preda alla disperazione, la ragazza aveva promesso alle sue protettrici che avrebbe trovato il modo di pagarlo comunque. Ma questo non è bastato a salvarla. Più la ragazza è bella, più il suo debito aumenta, così come gli anni per estinguerlo. C'è chi "lavora" bene e riesce a restituire tutti i soldi alla "mamam" anche in quattro anni. Ma fino a quel momento le ragazze sono legate alla "mafia nigeriana".

Quasi sempre la "mamam" è una connazionale, spesso essa stessa ex-prostituta, una donna che vuole approfittare del business, insensibile alla vita, che considera queste ragazze semplicemente "merce" per arricchire se stessa. La mamam anticipa i soldi del viaggio dalla Nigeria all'Italia (tra i 3 mila e i 5 mila euro).

Un legame rafforzato da un rito woodoo, officiato in patria da uno stregone, o una "sacerdotessa" prima della partenza. Rito basato su ciuffi di capelli, peli di ascelle e pube, pezzi di unghie appartenenti alla stessa ragazza .. e una bevanda scura con sangue di gallina, il rito vincola per sempre la futura prostituta alla sua protettrice. Si tratta di un patto, un giuramento indissolubile per la religione animista, almeno fino all'estinzione del debito, pena conseguenze terribili per i parenti in Nigeria. Con il rito gli aguzzini comprano tutto: la persona, i suoi documenti, il suo silenzio e la sua riduzione in schiavitù. Anche la famiglia di origine è coinvolta in questo giuramento. Garantisce, infatti, che la ragazza nel tempo coprirà tutte le spese anticipate per il "viaggio".

Al momento della partenza le ragazze sono convinte di venire in Italia (o in Europa) per fare dei lavori onesti, parrucchiere, commesse, donne delle pulizie, ecc.. Arrivano in un Paese straniero, dove vengono private dei documenti, dove non conoscono la lingua, non conoscono nessuno, se non i loro sfruttatori, non sanno muoversi con la burocrazia, non conoscono il territorio (non saprebbero nemmeno acquistare da mangiare da sole) .. e poi scoprono che il loro vero "lavoro" è quello della "prostituta". Non hanno scampo.

Sono costrette a pagare tutto, anche il pezzetto di marciapiede che è il loro posto di "lavoro". Devono guadagnare abbastanza per affrontare le spese della casa in cui vivono, del cibo, dei vestiti e dell'affitto. In cambio nessuna libertà. Soltanto chi riesce a guadagnarsi la fiducia della "mamam" con il successo delle sue prestazioni, ha qualche ora di tempo per lo shopping o per una passeggiata fuori dall'orario di lavoro. Le ragazze che non guadagnano abbastanza subiscono violenze, torture fisiche come sigarette spente sulle braccia o nei piedi, facendo attenzione a non danneggiare le parti visibili del corpo della ragazza (deve restare bella, in fondo è comunque una "merce" in vendita) e minacce che tirano in ballo sempre l'incolumità dei parenti in Nigeria.

Ma la catena dello sfruttamento della prostituzione nigeriana è molto più complessa. Anche le protettrici sono solo un anello di una catena che riconduce sempre a una mano mafiosa. Per questo è molto difficile che le ragazze trovino il coraggio di ribellarsi e di denunciare gli sfruttatori.

A Palermo, in questi anni, alcune ce l'hanno fatta, grazie al supporto di associazioni come il "Pellegrino della terra", attiva sul territorio dal 1996 in un'edificio confiscato alla mafia.
- Associazione Pellegrino della Terra -
Sito Internet


"Fino a oggi - dicono i responsabili dell'associazione - più di 250 ragazze sono uscite dal giro. Sono percorsi lunghi e delicati. Le ragazze chiedono un lavoro alternativo, spesso hanno anche dei figli al seguito che devono mantenere. Per questo nella sede della nostra associazione proponiamo corsi di taglio e cucito e di economia domestica. Un'alternativa alla strada per un futuro dignitoso".

Chi denuncia, infatti, come prevede la legge, ottiene il permesso di soggiorno e viene inserito in un programma di protezione sociale che per prima cosa include un'occupazione. Nei mesi precedenti alla sua morte, l'associazione, era entrata in contatto anche con Nike Favour Adekunle. "Era - raccontano i volontari - una ragazza solare e sorridente con una grande voglia di vivere". L'ultima volta è stata vista alla Favorita, come sempre, prima di sparire per tre giorni e morire brutalmente.

Anche Favour poteva salvarsi, ma qualcuno ha deciso di non darle questa opportunità". Adesso la comunità nigeriana di Palermo chiede giustizia per Adekunle e per tutte le ragazze come lei private delle libertà.

La Storia di Favour  •

Il nostro atto d'accusa

Come sia stato possibile che il corpo della povera Favour abbia potuto essere "dimenticato" per due anni in una anonima cella frigorifera, non lo possiamo sapere, le giustificazioni non ci potranno mai convincere, perché "qualcuno" sapeva che quel corpicino era lì.

Favour non è mai entrata nell'indice attivo del femminismo militante, perché prostituta e nigeriana. Dunque, meno da proteggere e da tutelare, anche dopo una morte orrenda, come una persona che non fa parte, a pieno titolo, della comunità. Le anime belle che usano la parola "femminicidio" per indignarsi di un fenomeno che esiste, ma con l'esclusivo approccio della retorica, non hanno detto una parola chiara su Favour. Non con la forza che il caso avrebbe richiesto. Non si sono occupate di lei, prostituita e abbandonata, nell'indifferenza della società incivile.

Ecco perché questa donna di nessuno è un atto d'accusa suo malgrado

  • Contro i nostri sentimenti nobili che non si traducono in atti efficaci.
  • Contro la nostra omertà.
  • Contro gli uomini perbene che comprano le donne.
  • Contro le donne perbene che non trovano mai il tempo di accorgersi di altre donne vendute e comprate.

(Maris)

La storia di Favour Adekunle è descritta anche nella nostra pubblicazione

- Storie Vere -


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