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Susan, in strada ho preso l'AIDS. Ora vorrei ritornare nella mia terra

801 Susan
Susan
"In strada ho preso l'AIDS. Ora vorrei ritornare nella mia  terra"

Storie Vere

Sono nata a Benin City il 2 agosto del 1977 e sono arrivata in Italia, precisamente a Roma nel 2000, sono partita direttamente da Lagos. La mia famiglia è molto numerosa mio padre non l’ho mai conosciuto e mia madre aveva problemi nel camminare. La mia istruzione si è fermata alle scuole primarie perché come tante altre ragazze che vivevano nel mio piccolo villaggio ho dovuto imparare subito un mestiere per portare avanti la mia famiglia. Il venire a lavorare qui in Italia mi era stato proposto da una conoscente che spesso ritornava a Benin City, mi sembrava un opportunità da non farsi scappare, un sogno che si stava finalmente avverando. Questa donna era sempre vestita con abiti nuovi, era sempre molto bella e aveva tanti soldi.

Le ragazze del villaggio raccontavano tante storie su di lei della bella vita che aveva trovato in Italia e che era disposta ad aiutare ragazze che volevano trovare un posto di lavoro in Italia e lasciare quindi la Nigeria. Io e un’altra ragazza le parlammo e decidemmo di partire anche perché ci aveva assicurato che non avremmo fatto le prostitute. In Nigeria girava la voce che chi partiva per l’Italia andava solo per fare la prostituta e noi non volevamo questo, sarebbe stato un disonore per la nostra famiglia, volevamo solo poter lavorare onestamente come baby-sitter come donna delle pulizie o come cameriera in un albergo o in un ristorante.

Questa donna molto ricca ci aveva assicurato che avremmo fatto uno di questi lavori e non la prostituta volevamo solo mandare i soldi alle nostre famiglie e poi pensavamo che essendo in due nel caso ci avessero proposto di fare le prostitute saremmo scappate insieme e non saremmo rimaste sole. Prima di partire dovemmo siglare un contratto con il rito woodoo come garanzia per la restituzione dei soldi che questa signora “generosamente” ci aveva anticipato per il viaggio perché diceva di sapere che al momento della partenza non avevamo i soldi necessari che servivano, questo ci sembrò ammirevole e partimmo. Prima di partire questa signora ci affidò a due suoi conoscenti e ci assicurò che ci saremmo rivisti in Italia, non la rivedemmo più. Il viaggio fu molto lungo e dovemmo attraversare a piedi la frontiera (con il Niger) eravamo in sei ragazze più i due trafficanti i quali inizialmente si mostrarono gentili con noi.

Camminammo per tanti giorni non mangiavamo nulla e spesso eravamo costrette per dissetarci a bere la nostra urina, è stata un esperienza bruttissima ma quando sei nel bisogno faresti cose che non avresti mai pensato, anche di ucciderti.

Raggiungemmo un posto molto nascosto dove ci aspettava un camion sul quale vi erano altre nove ragazze e altri due trafficanti, ci caricarono e ci condussero in Libia attraverso il deserto. Durante l'attraversata del deserto la mia amica morì perché era molto debole e non riuscì a sopportare l’enorme fatica cui eravamo costrette durante il viaggio, anche altre ragazze morirono, è stata un esperienza orribile vedere donne che erano partite con un sogno e alla fine sono morte per la fame e la sete.

Ricordo che camminavamo tantissimo, ormai i piedi non li sopportavamo quasi più a causa dell’enorme dolore che ci procuravano. Dopo la morte della mia amica rimasi terrorizzata e decisi di stare tranquilla, di conservare il più possibile le ultime forze che avevo, anche se molte notti ero tentata di fuggire ma avevo sempre davanti ai miei occhi la morte della mia amica e poi ero molto debole dato che non mangiavamo. Pensavo solo alla mia famiglia e a quello che si aspettavano da me, ho sopportato tutto questo solo per loro.

Arrivati in un posto vicino a Tripoli di notte sono stata rinchiusa in una casa per qualche giorno e poi con un barcone sono  arrivata in Italia. Tutte noi (ragazze nigeriane) eravamo ormai distrutte dalla stanchezza e rassegnate. Dopo qualche giorno in un campo di accoglienza un ragazzo nigeriano venne a prenderci e ci portò a Roma. In stazione trovammo un’altra donna che poi diventò la mia "mamam".

Dopo averci accompagnato in un appartamento ci fece mangiare e poi ci fece spogliare nude e qui ci prelevò alcuni peli pubici, del sangue e ci fece un nuovo rito woodoo facendoci giurare che non saremmo mai andate dalla polizia a denunciarla anche perché non avevamo i documenti e quindi ci avrebbero arrestate o rispedite in Nigeria dove saremmo state la delusione della nostra famiglia.

Avevo molta paura mi sentivo spaesata, sola e non potevo fidarmi di nessuno, tutti i miei sogni si sgretolarono nel momento in cui vidi morire la mia amica cercavo di rimanere calma ma ero come addormentata, confusa, mi sentivo in un altro luogo lontano da me. Il giorno dopo ci rimettemmo nuovamente in viaggio per Torino e ci accompagnò la mamam, a Torino ci misero subito sulla strada io mi rifiutai e fui picchiata con una bottiglia di vetro e poi portata con forza sulla strada.

Ci avevano insegnato poche parole italiane, quelle più importanti, ci insegnarono a fare i gesti con le mani per indicare ai clienti quanto volevamo, mi dissero che se volevo tornare libera avrei dovuto pagare il debito di ottanta milioni di lire (siamo nell'anno 2000) e di conseguenza prima mi adattavo a questa vita, prima sarei stata libera di tornare a casa. Di tutti i miei guadagni non mi rimaneva niente. Mi diceva (la mamam) che avrebbe provveduto lei ad ogni mia necessità e che quindi tutti i soldi che guadagnavo dovevo darli a lei, ma poi mi disse che dovevo pagare anche l’affitto, le spese della luce e altro, e dare una quota settimanale per il mangiare. Non sapevo come avrei potuto guadagnare tanto per pagare tutte queste spese.

Sono stata più volte costretta a dover accettare di avere rapporti sessuali con i clienti senza preservativo, per essere pagata di più a costo della mia stessa vita. Purtroppo in uno di questi maledetti rapporti ho contratto l’Aids (sieropositiva). Nel giorni “liberi” andavo con la mamam a Porta Palazzo per comprare un po’ di cose da mandare a casa ai nostri famigliari per dimostrate che in Italia si stava bene così si sarebbe sparsa la voce ed altre ragazze avrebbero deciso di partire senza sapere cosa davvero le aspetta.

Io volevo scappare perché non volevo più fare quelle brutte cose, l’uomo italiano ha delle strane esigenze sessuali e questo mi faceva schifo, sanno che pagando possono soddisfare tutto ciò che vogliono con noi.

Volevo ritornare a casa ma non avevo il coraggio avevo tanta paura che se fossi scappata la mamam mi avrebbe fatto morire perché mi aveva fatto quel rito (il woodoo). Ogni volta che mi rifiutavo di andare a lavorare mi costringeva a stare nuda in ginocchio per tutto il giorno e non mi dava da mangiare.

Un giorno incontrai dei giovani italiani un gruppetto non tanto grande che erano della mia stessa età che ci offrivano un po’ del loro tempo e delle bevande calde. Con loro abbiamo iniziato a pregare e a cantare dei canti nella nostra lingua che loro conoscevano bene era bello aspettarli ogni settimana e quando ritardavano o capitava che passavano quando io ero con un cliente stavo molto male ero triste perché era bello pregare con loro. Anche se non sono da subito riuscita a fidarmi di loro ero ormai diventata aggressiva e diffidente con chiunque mi proponeva di cambiare.

Ci parlavano della possibilità di scappare, di cambiare vita, di trovare un vero lavoro onesto, all’inizio non ci credevo perché non mi fidavo, ci avevano lasciato un numero di telefono che io mi ero scritta sul muro del joint cioè dell’angolo del marciapiede dove lavoravo.

Una sera dopo essere stata picchiata per la centesima volta della mamam chiesi ad un cliente di farmi chiamare questo numero dal suo cellulare mi risposero subito e ricordo che nel giro di poco mi vennero a prendere e mi accompagnarono in una casa dove ho iniziato la mia nuova vita.

Ricordo che la prima notte non sono riuscita a dormire e che ho parlato per tutto il tempo con una persona che lavorava in questa casa, ricordo che più volte quella notte sono stata tentata di aprire quella porta e tornare a lavoro, mi sentivo spaesata, diversa, di nuovo un essere umano, era una sensazione che non provavo da tempo, forse per quello mi sentivo spaesata e terrorizzata.

Molte notti ancora mi sveglio spaventata e penso alla mia amica che è morta durante il viaggio e a tante altre ragazze che stanno ancora vivendo sulla strada. Con il tempo ho imparato a non pensare che quei riti che mi erano stati fatti potessero davvero fare del male a me o alla mia famiglia anche se ancora oggi alcune volte mi assale la paura. Ora ho trovato un lavoro onesto, ma il mio sogno sarebbe quello di poter tornare nel mia terra, purtroppo però sono sieropositiva e le migliori cure sono qui in Italia, nella mia Nigeria è quasi impossibile curarsi dalla mia malattia, ci vorrebbero troppi soldi. Molte ragazze non sanno che è possibile "scappare" ma hanno molta paura di ciò che potrebbe succedere a loro, ai loro familiari o ad altri.


Articolo a cura di

Maris Davis


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